Benvenuti su FinancialMente! Oggi parleremo dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Spesso si sente dire che il futuro è nelle mani dei giovani, ma è veramente tutto solo nelle loro mani? Essi rappresentano di certo una risorsa indispensabile per l’innovazione, il loro pieno inserimento nel mercato del lavoro è essenziale per il progresso della società e dell’economia, ma ciò non può dipendere interamente da loro.
Disoccupazione giovanile: è un problema?
La disoccupazione giovanile continua infatti ad essere un problema. E perché soprattutto i giovani italiani senza un lavoro sono così nettamente superiori alla media europea? Cominciamo col dire che il problema affonda le radici nelle nostre debolezze storiche: un divario tra scuola e mercato del lavoro, un sistema imprenditoriale ancora troppo poco innovativo e un sistema di servizi per l’impiego incapace di incastrare domanda e offerta di lavoro.
Ma analizziamo un pò di dati.
La situazione in Italia
Nell’Unione Europea l’Italia è il Paese con il numero di NEET (Not in Education, Employment or Training) più elevato: giovani dai 15 ai 34 anni che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo un percorso di formazione. Nel 2020 se ne contavano più di 3 milioni. Nel 2022 vediamo il tasso di occupazione nella fascia d’età 20-64 anni salire al 64,8% (+2,1% rispetto al 2021). Nonostante ciò si conferma un forte squilibrio di genere: l’occupazione femminile aumenta del 55% a fronte del 74,7% di quella maschile. Scemare tale diseguaglianza di genere nella partecipazione al lavoro, accrescerebbe il tasso di occupazione (di tutta la popolazione tra 15-64 anni) di quasi 10 punti percentuali.
A maggio 2023 abbiamo dovuto invece assistere all’aumento del tasso di giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni del’1% rispetto al 2022, passando dal 20,5% al 21,7%. In Europa la media è di circa 13,8% (ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica). I giovani sembrano non riporre fiducia nel futuro professionale nel nostro Paese, ma come biasimarli con stage sottopagati e contratti precari. Tutto ciò si traduce nel fenomeno del Quiet quitting: lavorare lo stretto necessario per non perdere il posto, se non abbandonarlo del tutto per insoddisfazione.
Dati a confronto
I giovani svedesi, al contrario, si autoreputano i più soddisfatti delle loro condizioni lavorative e si capisce facilmente perchè. In Svezia, nei Paesi Bassi e in Germania una considerevole percentuale di contratti a tempo determinato vengono trasformati in contratti a tempo indeterminato entro tre anni. In Svezia e nei Paesi Bassi, per altro, gli under 30enni ricevono un salario orario più elevato (valore mediano), permettendo loro di essere meno a rischio di povertà. La Germania registrava, fino al 2005/06, tassi di natalità molto bassi. E’ bastato attuare politiche di immigrazione basate sul modello svedese per favorire da un lato la genitorialità e la conciliazione vita-lavoro e dall’altro l’integrazione degli stranieri. L’integrazione e l’educazione della popolazione giovane migrante è quindi indispensabile per il suo contributo futuro all’offerta di lavoro qualificato (Marois et al., 2020).
È bene, del resto, promuovere l’imprenditorialità giovanile, nonchè una facilitazione della transizione scuola-lavoro, degli incentivi economici per le famiglie a sostegno della nascita dal secondo figlio in su, l’estensione dei servizi di assistenza all’infanzia o ai non autosufficienti e un maggiore accesso a tirocini formativi e stage in azienda. Il Programma Garanzia Giovani è, ad esempio, un’iniziativa europea che mira a fornire a tutti i giovani fino ai 25 anni un’offerta di lavoro entro quattro mesi dallo stato di disoccupazione o dalla fine degli studi e, di conseguenza, a facilitare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.
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